Rolex racconta attraverso la Maxi Yacht Rolex Cup un rapporto con la vela che dura da quasi settant’anni. Tra precisione, spirito di squadra e nuove opportunità, la storia di Pascale Decaux offre una prospettiva su uno sport in continua evoluzione.
Il mare insegna qualcosa che nessun orologio può misurare
«Il tempo è tutto». Pascale Decaux non ha bisogno di pensarci troppo quando le chiedo quale sia il ruolo del tempo nella vela. Poi, quando la conversazione si sposta su ciò che il mare le ha insegnato, risponde con una sola parola: «Umiltà». Due concetti apparentemente distanti, che raccontano molto di uno sport nel quale la preparazione, la tecnologia e la precisione devono continuamente confrontarsi con qualcosa che nessuno può controllare: la natura.
Incontro l’armatrice di Tilakkhana II a Porto Cervo, in occasione della Maxi Yacht Rolex Cup, la competizione che ogni settembre riunisce alcuni dei più grandi yacht da regata del mondo. Decaux è una delle protagoniste di un ambiente tradizionalmente maschile, nel quale ha deciso di introdurre un cambiamento concreto: affidare alle donne alcuni dei ruoli più importanti del proprio equipaggio.
La sua esperienza offre un punto di osservazione interessante sul rapporto tra Rolex e la vela. Un legame che attraversa quasi settant’anni di storia e che trova nella Maxi Yacht Rolex Cup una delle sue espressioni più longeve. Qui, infatti, il risultato di una regata è soltanto la parte visibile di un lavoro che coinvolge armatori, progettisti, velisti e interi equipaggi, spesso impegnati per anni nella preparazione delle imbarcazioni.

Rolex e la vela: una storia che va oltre la competizione
Per comprendere il rapporto tra Rolex e la vela bisogna tornare al 1958, quando la manifattura ginevrina avvia una collaborazione con il New York Yacht Club. È l’inizio di un percorso che porterà il marchio ad affiancare alcune delle competizioni più conosciute della disciplina, dalle grandi traversate oceaniche alle regate disputate su circuiti costieri.
Nel 1966, per esempio, Sir Francis Chichester parte per il suo giro del mondo in solitaria con un Rolex Oyster Perpetual. L’orologio lo accompagna durante una delle imprese più importanti della navigazione del Novecento, diventando parte di una storia nella quale affidabilità e capacità di affrontare condizioni imprevedibili assumono un significato concreto.
Nei decenni successivi, Rolex amplia progressivamente il proprio impegno. Oggi il suo calendario comprende competizioni molto differenti, dalla Rolex Sydney Hobart Yacht Race alla Rolex Fastnet Race, fino al Rolex SailGP Championship, dove i catamarani dotati di foil raggiungono velocità superiori ai 50 nodi.
La collaborazione con lo Yacht Club Costa Smeralda risale invece al 1984. Fondato nel 1967 dall’Aga Khan, il club è diventato uno dei principali riferimenti della vela mediterranea. Dal 1985 Rolex è Title Sponsor della Maxi Yacht Rolex Cup, una manifestazione che ogni settembre porta a Porto Cervo armatori, progettisti e velisti provenienti da tutto il mondo.
La continuità è uno degli aspetti che caratterizzano questa relazione. Le imbarcazioni cambiano, le tecnologie si evolvono e nuove generazioni di atleti entrano in competizione, mentre la manifestazione conserva il proprio ruolo nel calendario internazionale.
«Lo Yacht Club Costa Smeralda collabora con Rolex dal 1984. È un rapporto molto lungo, testimonianza di una partnership di grande successo», osserva Andrea Recordati, commodoro dello Yacht Club Costa Smeralda. «La Maxi Yacht Rolex Cup attira i migliori protagonisti della vela mondiale, nuove imbarcazioni, innovazione e velisti di altissimo livello».

Maxi Yacht Rolex Cup: la vittoria comincia molto prima della partenza
Osservare una regata significa assistere soltanto alla fase finale di un processo molto più lungo. Dietro ogni imbarcazione ci sono mesi, talvolta anni, di preparazione, durante i quali progettisti, ingegneri, velisti e armatori lavorano per migliorare ogni componente e perfezionare il coordinamento dell’equipaggio.
È una delle caratteristiche della Maxi Yacht Rolex Cup, dove competono imbarcazioni lunghe almeno 18,29 metri e dove la tecnologia deve necessariamente convivere con l’esperienza umana.
Paul Cayard, velista statunitense e Testimonee Rolex, conosce questa manifestazione fin dalla sua prima edizione, nel 1985, quando partecipò come timoniere di Il Moro di Venezia II.
«È stato gareggiando in competizioni come questa che ho acquisito le competenze e gli strumenti della mia professione. Ho imparato a gestire le squadre, sviluppare strategie e occuparmi della preparazione delle imbarcazioni, oltre che della regolazione delle vele e delle altre attrezzature su larga scala».
Per Cayard, che ha attraversato oltre quattro decenni di evoluzione della vela agonistica, il valore della manifestazione risiede anche nella possibilità di confrontarsi con equipaggi di altissimo livello.
«Passando da una barca all’altra, si incontrano i migliori velisti del mondo. Se ami le regate, questo è il livello più alto dello sport e tutti sono qui per vincere».
L’esperienza di Cayard permette di comprendere un aspetto fondamentale della vela: la prestazione individuale, per quanto importante, non è sufficiente. Il risultato dipende dalla capacità di molte persone di lavorare insieme, prendere decisioni rapidamente e adattarsi a condizioni che possono cambiare nel giro di pochi minuti.
Un principio che trova un’espressione particolarmente interessante nella storia di Pascale Decaux.

Pascale Decaux: quando una passione diventa una nuova sfida
Pascale Decaux non ha cominciato a navigare con l’obiettivo di partecipare alle grandi competizioni internazionali. La vela faceva già parte della sua vita, ma inizialmente era soprattutto un’attività da condividere con la famiglia.
«Avevo comprato la barca per la famiglia e a un certo punto mi sono detta che dovevo fare qualcosa di più. Così, nel 2015, ho iniziato a partecipare alle regate con il mio Wally 80. Da giovane avevo praticato molto windsurf e navigato su piccole imbarcazioni. Ho pensato: perché no? Posso farlo».
Oggi è armatrice di Tilakkhana II, precedentemente conosciuta come Magic Carpet Cubed. Un’imbarcazione con una lunga storia agonistica, che Decaux ha acquistato circa diciotto mesi prima del nostro incontro.
Cambiare il nome di una barca già affermata significa inevitabilmente confrontarsi con il suo passato. Ma Decaux ha scelto una denominazione che riflette soprattutto la propria filosofia personale.
Tilakkhana deriva infatti dal buddhismo e indica le tre caratteristiche dell’esistenza, tra cui l’impermanenza.
«È una buona lezione di vita. Imparare che niente è permanente, che bisogna accettare le cose. Questo ti dà chiarezza e libertà».
Un principio che sembra particolarmente adatto alla navigazione, dove le condizioni meteorologiche possono modificare rapidamente qualsiasi programma.
Nonostante l’impegno agonistico, Decaux continua a utilizzare la propria imbarcazione anche per le crociere. Durante la primavera partecipa alle regate di Palma e Sorrento, poi la barca viene riconfigurata per la navigazione da diporto, prima di tornare alle competizioni autunnali.
«Amo la libertà che mi dà la crociera. Possiamo decidere di andare in una direzione, ma poi cambiare completamente programma in base al vento, al tempo e alle onde. E va benissimo così».
La capacità di adattamento, del resto, è una delle qualità che ritiene più importanti anche nella vita quotidiana.

Le donne nella vela: cambiare le cose significa creare opportunità
Se la tecnologia rappresenta una delle principali trasformazioni della vela contemporanea, Pascale Decaux ha deciso di contribuire a un altro cambiamento: quello relativo alla presenza femminile nelle competizioni di alto livello.
A bordo di Tilakkhana II navigano ventidue persone, otto delle quali sono donne. Un numero che può sembrare contenuto, ma che assume un significato particolare in un ambiente nel quale, secondo l’armatrice, la presenza femminile rimane ancora limitata.
«Ho voluto coinvolgere le donne perché desideravo cambiare il racconto e dimostrare che possono ottenere risultati altrettanto importanti. Per questo ho deciso di averne a bordo il maggior numero possibile».
La sua scelta non riguarda semplicemente la composizione numerica dell’equipaggio. Decaux ha voluto affidare alle donne responsabilità operative importanti.
«Quattro delle otto donne del mio equipaggio hanno partecipato a un progetto di circumnavigazione del mondo. Anche la mia allenatrice è una donna. Mi piace affidare alle donne posizioni chiave: si occupano della regolazione delle vele e della velocità della barca».
La decisione ha attirato l’attenzione degli altri equipaggi, tanto che Tilakkhana II ha finito per conquistare un soprannome particolare.
«È divertente perché molto spesso veniamo chiamati la barca delle ragazze. Eppure siamo soltanto otto donne su ventidue persone».
Decaux non considera la propria esperienza un punto di arrivo. Il suo obiettivo è creare un precedente che possa incoraggiare altri armatori a seguire lo stesso percorso.
«Sono felice di vedere che, per esempio, anche Galateia abbia adesso una donna a bordo. Quando vedi qualcuno fare qualcosa, pensi che puoi farlo anche tu. Spero che riusciremo a cambiare questa mentalità, anche se sarà un processo lungo».
Il tema riguarda soprattutto le opportunità. Per Decaux, madre di tre figlie, rendere visibile la presenza femminile significa permettere ad altre donne di immaginare un percorso che, altrimenti, potrebbero non prendere neppure in considerazione.
«Bisogna dare loro fiducia e opportunità. Perché, se non fossi stata io a coinvolgerle, oggi non sarebbero qui, in questa competizione».
L’esperienza ha avuto conseguenze anche sulle dinamiche dell’equipaggio.
«L’atmosfera sulla nostra barca è straordinaria. Non ci sono star, non ci sono prime donne e tutti si rispettano. Credo che la presenza delle otto donne faccia la differenza anche in questo. Durante le regate non ci sono urla a bordo. Penso che portino tranquillità».

Rolex e il valore del tempo, dentro e fuori dall’acqua
La vela è uno sport nel quale il tempo assume significati differenti. C’è quello misurato dagli strumenti, fondamentale per la partenza e per la gestione delle manovre, e quello necessario per costruire un equipaggio, sviluppare un’imbarcazione e acquisire esperienza.
È proprio questa seconda dimensione a emergere dalle storie dei protagonisti della Maxi Yacht Rolex Cup. La precisione è indispensabile, ma non può sostituire la preparazione e la capacità di prendere decisioni.
Quando chiedo a Pascale Decaux quale sia il ruolo del tempo nella vela, la sua risposta è immediata.
«Il tempo è tutto».
E quando le domando se, nonostante la tecnologia presente sulle imbarcazioni contemporanee, continui a guardare l’orologio durante le regate, non ha esitazioni.
«Guardo continuamente il mio orologio. Anche durante le regate, certamente. Il tempo è molto importante per me e mi piace essere puntuale».
Il rapporto personale con Rolex, però, precede di molti anni la sua partecipazione alla Maxi Yacht Rolex Cup.
«Sono una grande appassionata di Rolex. Ho avuto il mio primo Rolex quando avevo diciotto anni. A quell’età, era l’orologio che desideravi».
Nel corso del tempo sono cambiate anche le sue preferenze.
«Quando avevo diciotto anni preferivo un modello più piccolo. Successivamente, per molto tempo, ho scelto i cronografi. Ne possiedo diversi, perché mi piacciono gli orologi grandi».
La sua esperienza racconta un rapporto con il tempo che va oltre la misurazione delle prestazioni. E che, nella vela, deve necessariamente confrontarsi con una dimensione impossibile da controllare completamente.
Quando le chiedo quale sia la lezione più importante che il mare e il vento le abbiano insegnato, Decaux risponde con una sola parola: «Umiltà».
Poi aggiunge: «Il mare e il vento ti danno libertà, pace, ma anche un senso di unità. Non sei tu a comandare. È la natura che comanda».
Una riflessione che permette di comprendere anche il significato del rapporto tra Rolex e la vela. La tecnologia evolve, gli strumenti diventano più precisi e le imbarcazioni sempre più sofisticate, ma il mare continua a imporre le proprie condizioni. E ogni nuova generazione di velisti deve imparare a confrontarsi con questa realtà.



